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Message in a bottle

Primissimi giorni di Aprile, periodo strano, ricordi, ricorrenze, ricorsi strani che il destino vuole metterti davanti agli occhi per chissà quale gioco sadico, la memoria salta indietro a questi stessi giorni di un anno fa.
Un anno può sembrare niente oppure tantissimo, tre mesi possono sembrare infiniti ma poi ti rendi conto che passano in un lampo. Passano e lasciano un vuoto che aspetti di colmare, una ferita aperta che speri di riuscire a rimarginare, una mancanza ingombrante come una foto strappata a metà. Il vuoto è ancora là, la ferita si riapre e riprende a sanguinare ogni volta che il profumo di una madeline ti riporta con forza alla mente i ricordi del tempo passato con lui. È stupido piangere per quello che non puoi cambiare, puoi solo convivere con il costante senso di frustrazione, tutto merito tuo e di nessun altro. La porta è socchiusa ma la sua mano non la ha mai più aperta. Non vuole farlo, lo sai benissimo il perché. Lo hai deluso talmente tanto da riuscire a distruggere tutto quello che di bello c’è stato. E sei riuscita anche a insultare la sua intelligenza infrangendo quel patto di silenzio che vi eravate imposti per chiedergli di continuare a sentirvi come amici. Come amici? Che assurdità. Davvero eri convinta di poterci riuscire? Davvero gli avresti inflitto una tortura così atroce? Non credi di averlo ferito già abbastanza col tuo comportamento? Con il tuo fai e disfa, i tuoi capricci, la tua schiettezza brutale, le tue scelte repentine e le immediate ritrattazioni.

Non sapere più niente di lui ti fa star male, speri che sia riuscito a dimenticarti per quanto ti possa sembrare quasi impossibile. Speri che non abbia sofferto neanche la metà di quanto hai sofferto tu. Da subito hai iniziato a parlare con lui, di tutto, di niente, è diventato il tuo amico immaginario nei momenti di solitudine, la notte prima di addormentarti, la mattina durante le tue camminate, in auto nei tuoi lunghi tragitti, nella pausa a lavoro, mentre fai la spesa, mentre cucini. Era là al tuo fianco, ti ascoltava, ti parlava, ridevate e litigavate. Patetica, lo sai che la parola è quella, ma non ti interessa di sentirti così. Anche ora lui è là a osservarti mentre sei intenta a scrivere, ti guarda un po’ rattristato e ti chiede: “Tes, ma perchè ti devi fare del male?”, tu lo guardi e scrolli le spalle, sorridi imbarazzata ma anche felice di sentire ancora quella R nella tua mente, da troppo tempo non la sentono più le tue orecchie. Oggi chissà perché avevi più voglia che mai di sentirlo e di parlarci.

E allora che fai tu, Nora? Quello che hai fatto in tutti questi mesi, quello che hai fatto anche quando lui era con te e scriveva con te… accendi la fantasia, immagini, rimetti in ordine i pensieri, scrivi, racconti e metti in parole i tuoi desideri e i tuoi dolori. Non un racconto, non un un SOS ma solo un piccolo messaggio in bottiglia buttato nel mare; quante possibilità ci sono che possa raggiungere il suo vero destinatario? Forse nessuna. Ma lo mandi perché hai bisogno di buttarlo fuori da te e hai bisogno almeno di provarci. Una sola parola in quel messaggio. La parola più difficile da pronunciare, sempre la più pesante, così piccola eppure così ingombrante.

Scusa.

 

Nora

 

Pensiero stupendo

– Padrone ho mal di testa 😦
– Ma come?… Prendi qualcosa… allora stasera ti riposi ok?
– Va bene…

Procede con la preparazione della cena, un antidolorifico per scacciare via quella dolorosa tensione che le imprigiona testa e cervicale, il tempo umido degli ultimi giorni non ha giovato. Cerca di rilassarsi sul divano mentre il brasato brontola sommessamente nella pentola.

Gli occhi socchiusi, la stanza in penombra, silenzio in tutta la casa. Il cellulare vibra.

– Amore mio ti devo raccontare una cosa incredibile!!
– Dimmi, che succede?

Con un fitto scambio di messaggi le racconta di aver incontrato una vecchia amica. Fra battute e scherzi viene fuori di improvviso che è una Mistress. Lei sorride allo schermo con vera sorpresa. Ricorda il volto di quella donna, la sua eleganza così naturale. Lui continua a scriverle con trasporto, le dice di essersi aperto con lei, le ha raccontato di loro due e del loro rapporto, lei percepisce la gioia e il sollievo di poter parlare con qualcuno di fidato di una cosa così difficile da esprimere ai più. È una bella sensazione e riesce a provarla di rimando.

Torna a casa, accolto dalle braccia della sua schiava che sta terminando di preparare la tavola.
“Come stai? Perché è apparecchiato solo per me?”
“Sto meglio, ma l’antidolorifico… mi ha fatto passare il mal di testa ma mi ha fatto venire mal di stomaco…”
“Ma, lo hai preso a digiuno??”
“Sì Padrone… ho mangiato una cosina ma non deve essere stato sufficiente… Mi preparo una camomilla”

Dopo cena sul divano, lei da un lato e lui dall’altro, alla tv un programma a caso in sottofondo. Distanti ma solo fisicamente riprendono quella eccitante conversazione. Lei domanda curiosa, vuole dettagli, lui risponde a tutto con frizzante euforia. Si sposta per accoccolarsi sulle gambe di lui, poggia la testa sul suo grembo e abbraccia la sua coscia. Continuano a parlare fitto.

“Padrone…”
“Dimmi”
“Sai che non mi fa più male lo stomaco?”
“Ah sì?”

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When doves cry

Uno degli ultimi ordini che mi diede fu di mandargli due foto di me nuda davanti allo specchio, una frontale e una di schiena. La richiesta mi ghiacciò. Già in precedenza mi chiese la stessa cosa ma mi rifiutai. Non potevo rifiutarmi quando me la chiese la seconda volta. Caddi in uno sconforto improvviso. Vergogna. Non di farmi vedere da lui, avevo già mandato tutte le foto possibili distesa sul letto, ma la gravità aiuta quando sei distesa a letto, è tua amica. Quando sei in piedi davanti allo specchio invece… la gravità è spietata.
Sentii subito salirmi le lacrime agli occhi. Provavo vergogna, provavo ribrezzo. Quello specchio, potevo specchiarmici al massimo vestita, velocemente. Ma quando mi capitava di passarci davanti anche solo in intimo evitavo accuratamente di guardarlo, sempre. Lo sguardo altrove, per proteggermi.
Lui invece mi chiese di guardare, guardare il mio corpo nudo in quello specchio, fotografarmi, guardare la foto e inviargliela. Uno sforzo enorme. Per me era uno sforzo insormontabile.

Cercai di arrivare a sera senza pensarci troppo, dovevo farlo di getto, senza starci a riflettere o sarebbe stato troppo angosciante, ci sarei arrivata stremata.
Tornata a casa andai in bagno, mi spogliai completamente e presi il rossetto nero. Mi sdraiai sul letto per scrivere quello che mi aveva chiesto sul mio addome. Lo scrissi al contrario così che uscisse leggibile dalla foto. Scattai la foto. Presi un grosso respiro e mi alzai dal letto. Addosso avevo solo la mia catena e quella scritta. Pochi passi per arrivare davanti allo specchio, lo smartphone pronto per scattare la foto. Inquadro. Non mi piace come la catena si incastra sotto la piega della pancia, la sistemo meglio. Scatto. Mi giro di schiena allo specchio, controllo dallo schermo e scatto. Torno sul letto e controllo gli scatti, velocemente taglio perchè non si veda il viso e invio. Non mi serve osservare a lungo le immagini. So cosa contengono, so come ho ridotto il mio fisico in questi anni. Ma le guardo. Le osservo. Vedo le gambe, grosse, il ginocchio senza forma, le cosce gonfie e segnate dalla cellulite che si allargano ancora di più sotto i fianchi. Il mio monte di venere è appena visibile sotto la piega della pancia, si appoggia sopra, lo nasconde e anche da là si percepisce che è comunque grasso, quel monte di venere è grasso. La mia cicatrice, quella che ha permesso che i miei tre figli venissero al mondo, l’unica cicatrice del mio corpo e della quale io sono davvero orgogliosa, la parte che mi piace di più di me è nascosta sotto quella pancia ripiegata. L’ombelico è informe e schiacciato dalla mole di adipe che scende dallo stomaco. Il seno, le mie mammelle sono adagiate sopra lo stomaco, allungate e segnate da smagliature, solo mantenendole hanno una parvenza di femminilità ma così, sotto l’impietoso effetto della gravità, sono davvero deprimenti da vedere Quelle braccia pendule, quelle spalle strette, tutto così sbagliato.
La foto da dietro è più veloce da osservare ma non meno pietosa. Il culo enorme è segnato dalla cellulite, le gambe si arcuano leggermente verso l’interno per il peso che devono sostenere. La schiena evidenzia qualche segno di adipe con striature in diagonale.
Questo è come mi sono ridotta. E non sono le gravidanze, non sono gli allattamenti. Sono stata io, proprio io a ridurmi così. Consapevolmente o inconsapevolmente non importa. Ora sono così e non mi piace quello che vedo e non riesco ad accettare quello che vedo. La mia mente ha un’altra immagine di me, un’immagine florida e rotonda ma non così sfatta e inguardabile. Odio quello che vedo, mi fa ribrezzo e piango. Piango perchè non riesco ad uscirne, mi sforzo, sono cambiata, non mi faccio più del male ma sembra che questo sarà il mio corpo per sempre, niente potrà cambiarlo. Il mio personale tormento di Sisifo, qualunque sforzo, alimentare e fisico, viene miseramente annientato dalla costante immobilità del mio corpo.
Lui mi risponde mentre piango “Sei bellissima, stupenda” Io lo so che lo pensa sinceramente e lo so che quello che mi ha chiesto me lo ha chiesto in buona fede, ma non riesco a vedermi con i suoi occhi, mi vedo con i miei, ho solo i miei per vedermi e odio, disprezzo quello che vedo.
Il mio Padrone mi scrive “Chiudi tutto e non parlare con nessuno, per un po’, riprenditi” Butto via il cellulare, piango e piango ancora, nuda sul letto. Piano piano mi placo. Mi piace stare nuda. Basta non vedermi, ma la sensazione di stare nuda per casa da sola, con solo la mia catena addoso, mi fa stare bene. Mi placo. Mi rilasso. È passata. Ce l’ho fatta. Ci sono riuscita. Quella sono io, sono quella nello specchio, non quella nella mia mente. Sono quella nello specchio ed è quella immagine che deve cambiare.
Voglio crederci.
Ci credo? Sì, ci credo, una volta ancora.

L’attesa della schiava

Mi sono preparata come mi ha chiesto. Sono nuda, bendata e ho indossato i tacchi che Lui ama tanto. Mi ha chiesto di mettermi contro il muro, vicino al televisore acceso a volume sostenuto e di aspettarlo dando le spalle alla porta. Mi ha chiesto di indossare anche le cuffiette con la musica alta in modo da non sentirlo arrivare. Le manette, quelle non è stato facile metterle, mi ha chiesto di tenere le braccia dietro la schiena ma non sono riuscita ad agganciarle in quella posizione. Dopo diversi tentativi ho deciso di tenere le braccia davanti a me… So già che questa disobbedienza mi costerà qualche scudisciata, è giusto, non ho rispettato alla lettera le sue disposizioni.
Ho già sentito due canzoni intere della mia playlist. Non so quanto tempo è passato, forse sette minuti, forse meno o forse di più. Mi ha chiesto di mettermi in posizione qualche minuto prima del suo arrivo. Non mi avrebbe avvisato in nessun modo questa volta. Quindi l’attesa è più lunga e indefinita. Ma non sento disagio. So che Lui arriverà e mi guarderà. Controllerà che tutto quello che ha chiesto sia stato eseguito. E poi? E poi mi toccherà, o mi abbraccerà, non lo so. Non so come si paleserà. Io aspetto, con fiducia e serenità. Ho perso il conto delle canzoni che ho sentito. Ho perso la percezione del tempo che ho passato qui in attesa. I piedi nelle scarpe cominciano a farmi male, avrei voglia di muovermi e camminare, ma non posso, devo attendere in questa posizione, come Lui mi ha chiesto. Provo a spostare un po’ il peso su una gamba e poi sull’altra, per poi tornare dritta in posizione. Sento il mio corpo ondeggiare impercettibilmente, avanti e indietro, cerco di fissare l’equilibrio ma non è facile senza punti di riferimento visivi, senza la vista è difficile stare ferma. I polsi nelle manette mi fanno male, provo a ruotare piano per dare un po’ di sollievo ma non posso muovermi più di tanto, forse le ho strette davvero troppo. Ancora un’altra canzone è finita, muovo piano le labbra seguendo il testo, ma Lui non è ancora arrivato. O forse sì, ormai sarà arrivato, forse è proprio alle mie spalle e mi sta osservando, sta controllando che mi comporti come richiesto. Devo stare ferma, in posizione, in attesa. Sì, deve essere dietro di me, forse anche vicinissimo a me, ma non lo sento, non percepisco la sua presenza, due dei miei sensi sono ingabbiati e non ho modo di capire se ci sia o meno. Posso solo attendere, pazientemente che Lui si palesi. No, non sarà contento delle braccia davanti, mi dispiace… Spero non rimarrà troppo deluso. Comincio a sentire caldo. Ho acceso il condizionatore come lui mi ha richiesto eppure sento gocce di sudore fra le gambe, sulle braccia. Ho caldo ma non devo muovermi, non posso muovermi, devo attendere pazientemente, ferma, in posizione.
Un abbraccio all’improvviso nel buio. Le cuffiette mi vengono tirate via. “Sei stata bravissima”.
Eccolo, è Lui, è arrivato. Il mio Padrone è finalmente qui.

AN DIE FREUDE

L 18:40 – Domani mattina appena esco farai colazione con calma. Senza fretta o altro.
Spremuta di arance, mezzo avocado, un uovo e un pezzetto di cioccolato fondente.
Dopo di che verifica se è il caso di rasarti e darti una ripulita. Non farti la doccia ma lavati intimamente bene.
Prendi dalla cameretta la sedia bassa. Come torno dovrai essere seduta, spalle alla porta di ingresso, in mezzo al soggiorno. Gli avvolgibili devono essere entrambi abbassati, ma non del tutto. Indosserai il “tuo” reggiseno e quando entro voglio gli occhi chiusi.
Particolare importante: come sottofondo ci dovrà essere la sinfonia che hai scelto stamattina. A volume non altissimo ma sostenuto. Il resto lo sistemo io. Mi raccomando… nessuna parola e occhi chiusi.

L 07:10 – Dimenticavo… Metti il plug, quello nuovo a gioiello, libera il tavolo dalla tovaglia e lascia il latte fuori dal frigo…

Sono le 7:15. Sa che rientrerà poco prima delle nove. Ha il tempo di fare tutto con calma ma allo stesso tempo sente di non averne abbastanza per essere pronta come vorrebbe.
Rimane qualche minuto sul divano, senza fare niente, girnozola su Tumblr come ogni mattina. Poi via, uno scatto di reni e si alza per fare colazione. – Mannaggia, la spremuta! Ci metterò un secolo a farla! – Pensa aprendo il frigo per prendere l’avocado. Ed eccola là, già pronta. Un sorriso ebete le si stampa sulla faccia, quanto è bello ricevere tutte queste attenzioni, sembrano piccole e insignificanti, ma non lo sono affatto! Continua a leggere

DISPOSIZIONI

L 15:47: Appena rientri a casa prepara una bacinella piccola, dello spago, delle forbici. Voglio anche un vecchio reggiseno e un paio di mutande tue. Io arriverò per le 21 e deve essere tutto pronto.

– Rileggo le disposizioni, non so davvero cosa voglia farci. Recupero tutto quello che posso per casa, lo spago prendo quello alimentare, spero vada bene. Un reggiseno vecchio lo trovo in fretta, uno bianco che non uso da un po’ e con i nuovi acquisti posso rinunciarci senza problemi. Sono inquieta, non mi piace non sapere cosa ha in mente. Sicuramente ha a che fare con il testo che gli ho fatto leggere, la conversazione con il Dom che ho incontrato questa mattina in chat. Forse non gli è piaciuto che l’abbia lasciato fare troppo, che gli abbia permesso di chiamarmi schiava… o forse vuole solo fare qualche esperimento e mi sto facendo un sacco di seghe mentali. –

Si mette a preparare la cena, le 21 si avvicinano.
Lui rientra, mangiano e chiacchierano tranquillamente. L’atmosfera è distesa e serena. Non accennano minimamente alle disposizioni.

Finita la cena l’atmosfera cambia.
“Portami le cose che ti ho chiesto”. Il tono e secco e perentorio.

Prende le forbici e inizia a fare dei buchi al reggiseno, in corrispondenza dei capezzoli.
“Spogliati e indossalo”. Fa lo stesso con le mutande, aprendo un grande squarcio al centro all’altezza dei due buchi e poi gliele porge. Lei le indossa. Continua a leggere

Me & D

D 16.07 “Sto pensando che forse meriteresti comunque una punizione… devo solo capire quale”
D 16.12 “Magari te lo faccio sapere dopo, ci penso con calma”
D 16.20 “Senti un po’, non me ne frega un cazzo se stai lavorando, non mi piace essere ignorato. Se non mi rispondi entro le 16.35 sappi che ci sarà una punizione ad attenderti!”

Continuava a fissare le ultime parole. Impietrita davanti al cellulare. Sono le 16.37. È tardi.

Me 16.37 “Mi dispiace, non potevo davvero leggerti, non ti avrei mai fatto una scortesia del genere di proposito”

D 16.37 “È un tuo problema. Adesso ti aspetta una punizione”

Me 16.37 “Va bene…”

D 16.39 “Cosa c’è? Pensi di non meritarla?”

Me 16.39 “La merito, sicuramente, se tu hai deciso così”

D 16.41 “Bene.”
D 16.46 “Ora voglio che vai in bagno e ti rimetti le mutandine. Ti infili il dildo, quello piccolo rosa, e lo accendi e lo tieni fino a quando non tornerai a casa”

Me 16.46 “Ma… non puoi davvero chiedermi questo”

D 16.46 “Certo che posso. E questa non è la punizione. Questo è un ordine.”

Me 16.46 “Devo andare a casa di amici una volta uscita da lavoro. Poi in palestra. Poi a fare la spesa e poi a casa. Come faccio?”

D 16.47 “Va bene, voglio essere gentile. Lo metterai quando uscirai dalla palestra. Va bene?”

Me 16.47 “Va bene”

D 16.47 “Brava”
D 16.48 “Adesso veniamo alla punizione. Stasera dovrai fare un pompino a tuo marito. Non devi farti scopare, devi solo succhiarglielo e non devi permettergli di toccarti. Neanche tu ti devi toccare, non voglio assolutamente che ti tocchi. Non voglio che tu venga!”

Me 16.49 “Ma lo sai che io vengo anche solo facendo un pompino…” Continua a leggere