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Diario fotografico di una voyeur

“Ti avviso io quando è il momento… ci siamo quasi…” sussurra lui. “Vuoi la mano o vuoi che la tolga?”

“Senza mano, meglio, se riesci” gli risponde lei. È concentrata e non si sposta di un centimetro dalla sua posizione; controlla dal mirino che l’inquadratura sia quella ottimale, la luce è sufficiente, il fuoco è sul glande. Scatta delle raffiche ogni tanto per verificare che tutto sia come deve essere. L’inquadratura non la convinceva inizialmente, troppa confusione nello sfondo, ma la luce soffusa rende lo scatto molto intimo e delicato, così come volevano entrambi.

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Scoprire il poliamore

poliamore

Negare, anche l’evidenza, negare con tutta la forza possibile, per tranquillizare il tuo compagno, per convicere te stessa che non è e non può essere amore, ma solo il tuo modo di essere, sei una donna esuberante, entusiasta, estroversa e affettuosa. Ma l’amore è una cosa che puoi dare solo al partner di una vita che hai a fianco, non esiste innamorarsi di un altro, di un’altra, di chicchessia. Non è amore, toglitelo dalla testa! Strappatelo via dal cuore! Credimi, non sono innamorata di lui, gli voglio bene ma non è amore, amo solo te, come potrebbe mai essere possibile amare due persone?

Questo è stato circa un anno e mezzo fa. Il mio incontro/scontro con il poliamore, le discussioni infinite per capirsi, i pianti, gli abbracci, i silenzi, la voglia e la paura di scavarsi dentro. Guardandomi ora con occhi diversi, ora che tutto è calmo, ora che nella nostra coppia il poliamore non fa più paura e che anzi è diventata la strada da percorrere, adesso passo in rassegna i miei innamoramenti, sparsi qua e là nella mia vita, embrioni di amore zittiti dal buon senso, dalla morale, dall’adeguarsi alla norma. Boccioli che non sono mai sbocciati. Sorrido, penso alle sliding doors, dove potrei mai essere oggi se avessi dato solo una possibilità ad uno di quei tanti embrioni? Ma quello di un anno e mezzo fa, l’ultimo in ordine temporale, lui mi è rimasto più incastrato nel cuore, incastonato in una piega del mio cuore e di tanto in tanto mi ricorda quanto fa male amare e non poterlo dire.

Raccontami una fantasia…

Tu

Lei ha gli occhi sul monitor, la mente invece vaga. L’atteggiamento a metà tra lo stanco e il critico di chi ne ha già letti tanti, troppi , di racconti.. di chi ha già visto prose eccitanti sbiadire di colpo sotto infelici forme verbali o cadute di stile, di chi ha sentito come unico brivido dopo pagine di lettura il fastidio per un’accento sbagliato (no, non è casuale scritto così) o un genere, anzi gender, non preciso..
Legge. Per metà distratta, lievemente eccitata, in parte annoiata..
Poi qualcosa la blocca. Quella pagina. Quelle parole. Quasi come specchio, oggetto comune a che contiene sempre un’ancestrale magia e un po’ intimorisce. Quasi come il foro della serratura, da cui sbirciare per vedere.. vedersi.
Senza accorgersene e soprattutto senza apparente motivo cambia posizione, allarga appena le gambe e le braccia. Sempre senza sapere perchè, le dita sfiorano appena la sua stessa pelle, oltre i vestiti leggeri e casuali di chi si sta prendendo un po’ di tempo da sola, nell’intima tranquillità di ambienti familiari.
Gli occhi non si staccano, il ritmo della lettura cresce, e domina l’impulso ma solo apparentemente.. “Tocca. Ora”.
Come se l’avesse sentito, come se l’eco brillasse dentro obbedisce, si sfiora, quasi meccanicamente, ma indubbiamente un gesto che non lascia equivoci..
Già sta per fermarsi, ride quasi, pensando che in fondo è una cazzata e neanche scritta bene ma.. why not? Sta al gioco.. “pizzicali. prima uno, poi l’altro..”
La sensazione di indefinitezza, così simile a quella che la prende ogni volta poggia gli occhi sul Tirreno la sorprende, è illogica, irrazionale.. parole casuali scritte da un anonimo, anzi, uno pseudonimo, con cui ha scambiato qualche commento e nulla più..
.. ma intanto la mano è scesa ancora, sfiora, lieve, senza fretta, ma senza smettere del tutto.
Un dolce deliquio prolungato, quasi esitante, accennato..
“Finisce qui. Per stavolta. Ma tu.. TU, lo sai parlo a te.. NON SMETTERE”.

“Il tributo più profondo che una Donna possa dare a un uomo non è concedergli il proprio corpo, ma dedicargli un orgasmo, un istante di abbandono infinito”. D.P.

02/09/2016


Questo pezzo non l’ho scritto io, ma ci tengo che rimanga qui, fra gli scritti del mio blog. È una splendida dedica ad una lettrice di racconti erotici un po’ troppo esigente, fastidiosamente secchiona. Ma la tenerezza che si legge fra le righe è riconciliante, rassicurante.
Anche una fastidiosa secchiona può avere uno sguardo indulgente e sorridente ad osservarla.

DeeDee

Mi ricordo quando pubblicasti questo post, allora non ne capii il motivo ma non chiesi. Ieri rovistando l’ho ritrovato e ha preso sicuramente un altro significato, doloroso e lancinante.

Show must go on. Sei sicuro Dee? No io credo di no, non deve per forza andare avanti, almeno non il mio piccolo show fatto di raccontini e zozzerie e leggerezza. Il mio ridicolo spettacolino si ferma, almeno fin quando il cuore non mi farà un po’ meno male.

Message in a bottle

Primissimi giorni di Aprile, periodo strano, ricordi, ricorrenze, ricorsi strani che il destino vuole metterti davanti agli occhi per chissà quale gioco sadico, la memoria salta indietro a questi stessi giorni di un anno fa.
Un anno può sembrare niente oppure tantissimo, tre mesi possono sembrare infiniti ma poi ti rendi conto che passano in un lampo. Passano e lasciano un vuoto che aspetti di colmare, una ferita aperta che speri di riuscire a rimarginare, una mancanza ingombrante come una foto strappata a metà. Il vuoto è ancora là, la ferita si riapre e riprende a sanguinare ogni volta che il profumo di una madeline ti riporta con forza alla mente i ricordi del tempo passato con lui. È stupido piangere per quello che non puoi cambiare, puoi solo convivere con il costante senso di frustrazione, tutto merito tuo e di nessun altro. La porta è socchiusa ma la sua mano non la ha mai più aperta. Non vuole farlo, lo sai benissimo il perché. Lo hai deluso talmente tanto da riuscire a distruggere tutto quello che di bello c’è stato. E sei riuscita anche a insultare la sua intelligenza infrangendo quel patto di silenzio che vi eravate imposti per chiedergli di continuare a sentirvi come amici. Come amici? Che assurdità. Davvero eri convinta di poterci riuscire? Davvero gli avresti inflitto una tortura così atroce? Non credi di averlo ferito già abbastanza col tuo comportamento? Con il tuo fai e disfa, i tuoi capricci, la tua schiettezza brutale, le tue scelte repentine e le immediate ritrattazioni.

Non sapere più niente di lui ti fa star male, speri che sia riuscito a dimenticarti per quanto ti possa sembrare quasi impossibile. Speri che non abbia sofferto neanche la metà di quanto hai sofferto tu. Da subito hai iniziato a parlare con lui, di tutto, di niente, è diventato il tuo amico immaginario nei momenti di solitudine, la notte prima di addormentarti, la mattina durante le tue camminate, in auto nei tuoi lunghi tragitti, nella pausa a lavoro, mentre fai la spesa, mentre cucini. Era là al tuo fianco, ti ascoltava, ti parlava, ridevate e litigavate. Patetica, lo sai che la parola è quella, ma non ti interessa di sentirti così. Anche ora lui è là a osservarti mentre sei intenta a scrivere, ti guarda un po’ rattristato e ti chiede: “Tes, ma perchè ti devi fare del male?”, tu lo guardi e scrolli le spalle, sorridi imbarazzata ma anche felice di sentire ancora quella R nella tua mente, da troppo tempo non la sentono più le tue orecchie. Oggi chissà perché avevi più voglia che mai di sentirlo e di parlarci.

E allora che fai tu, Nora? Quello che hai fatto in tutti questi mesi, quello che hai fatto anche quando lui era con te e scriveva con te… accendi la fantasia, immagini, rimetti in ordine i pensieri, scrivi, racconti e metti in parole i tuoi desideri e i tuoi dolori. Non un racconto, non un un SOS ma solo un piccolo messaggio in bottiglia buttato nel mare; quante possibilità ci sono che possa raggiungere il suo vero destinatario? Forse nessuna. Ma lo mandi perché hai bisogno di buttarlo fuori da te e hai bisogno almeno di provarci. Una sola parola in quel messaggio. La parola più difficile da pronunciare, sempre la più pesante, così piccola eppure così ingombrante.

Scusa.

 

Nora

 

Pensiero stupendo

– Padrone ho mal di testa 😦
– Ma come?… Prendi qualcosa… allora stasera ti riposi ok?
– Va bene…

Procede con la preparazione della cena, un antidolorifico per scacciare via quella dolorosa tensione che le imprigiona testa e cervicale, il tempo umido degli ultimi giorni non ha giovato. Cerca di rilassarsi sul divano mentre il brasato brontola sommessamente nella pentola.

Gli occhi socchiusi, la stanza in penombra, silenzio in tutta la casa. Il cellulare vibra.

– Amore mio ti devo raccontare una cosa incredibile!!
– Dimmi, che succede?

Con un fitto scambio di messaggi le racconta di aver incontrato una vecchia amica. Fra battute e scherzi viene fuori di improvviso che è una Mistress. Lei sorride allo schermo con vera sorpresa. Ricorda il volto di quella donna, la sua eleganza così naturale. Lui continua a scriverle con trasporto, le dice di essersi aperto con lei, le ha raccontato di loro due e del loro rapporto, lei percepisce la gioia e il sollievo di poter parlare con qualcuno di fidato di una cosa così difficile da esprimere ai più. È una bella sensazione e riesce a provarla di rimando.

Torna a casa, accolto dalle braccia della sua schiava che sta terminando di preparare la tavola.
“Come stai? Perché è apparecchiato solo per me?”
“Sto meglio, ma l’antidolorifico… mi ha fatto passare il mal di testa ma mi ha fatto venire mal di stomaco…”
“Ma, lo hai preso a digiuno??”
“Sì Padrone… ho mangiato una cosina ma non deve essere stato sufficiente… Mi preparo una camomilla”

Dopo cena sul divano, lei da un lato e lui dall’altro, alla tv un programma a caso in sottofondo. Distanti ma solo fisicamente riprendono quella eccitante conversazione. Lei domanda curiosa, vuole dettagli, lui risponde a tutto con frizzante euforia. Si sposta per accoccolarsi sulle gambe di lui, poggia la testa sul suo grembo e abbraccia la sua coscia. Continuano a parlare fitto.

“Padrone…”
“Dimmi”
“Sai che non mi fa più male lo stomaco?”
“Ah sì?”

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