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La caletta fra gli scogli

caletta

Decidesti, non senza pentirtene quasi subito, di fare una nuotata al largo. Sentisti il bisogno impellente di allontanarti dal caos della spiaggia e dal chiacchiericcio incessante dei tuoi parenti. Già dopo le prime bracciate ti trovasti però in affanno e provasti a cambiare stile, il dorso ti sembrò la soluzione migliore per disperdere poche energie. Ti trovasti ad aggirare la punta formata da grossi scogli arrivando ad una piccola caletta completamente circondata da enormi pietre piatte e grigie. Ti rigirasti per controllare la piccola spiaggia e per avvicinarti piano, nuotando al meglio per raggiungerla senza troppo affanno.
Arrivasti vicino a un grosso gruppo di scogli, ti si aprì davanti la vista sulla piccola caletta sabbiosa. Vedesti sulla spiaggia due figure femminili, stese su un grande telo, avvinghiate.
La lunga nuotata non prevista ti aveva sfiancata, sentivi i muscoli tesi e doloranti e l’affanno ti faceva girare la testa. Continuasti ad avvicinarti lentamente agli scogli per dare una sosta al tuo corpo. Ma ecco che improvviso un crampo si impossessò del tuo polpaccio destro. Il dolore lancinante ti colse impreparata, cominciasti a nuotare in maniera scomposta, agitando parecchia acqua e creando molta schiuma. Sentisti le forze venirti meno sotto la tensione del dolore assordante del crampo. Vedesti gli scogli a pochi metri da te ma non riuscisti a racimolare la lucidità necessaria per raggiungerli. Sentisti le forze abbandonarti, il dolore e la tensione innaturale del crampo ti fecero assumere una posizione contratta e non utile al nuoto, cominciasti a bere acqua salmastra. Il cuore raggiunse una frequenza elevata mentre la vista venne meno.
Sentisti una presa attorno alla vita, venisti messa in posizione supina sull’acqua e ti sentisti tirare saldamente verso riva. Ti lasciasti trasportare, il cuore in gola per l’angoscia, il dolore sordo al polpaccio. Ma ti sentisti in salvo.
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Pervinca

Lo so, dovrei fare le scale, ma oggi non mi va. Sono sette piani, farebbero bene al mio bilancio giornaliero di calorie bruciate, il mio fitbit ne sarebbe davvero contento, ma no, oggi no.
Schiaccio il pulsante per chiamare l’ascensore. Si affianca a me una nube di profumo, arriva prima il profumo della figura umana. Una donna alta, più di me, la guardo di sottecchi. Tacchi molto alti, uno splendido paio di scarpe, molto eleganti e raffinate. Una gonna corta che lascia libere delle bellissime gambe affusolate. Capelli biondi e morbidi che scendono vaporosi sulle spalle e coprono appena il seno, stretto in una leggera camicetta color pervinca. Altro non vedo. Le porte riflettenti dell’ascensore hanno delle zone opache che non mi permettono di vedere altro di lei. Le stesse mie parti le vedo al suo fianco… Siamo proprio una strana coppia messe così vicine.
“Uff… ci mette tanto ad arrivare… è sempre più il tempo che si aspetta che quello che serve per salire… faremmo molto prima a piedi!” Sta parlando con me? Sì, ci sono solo io. Mi volto e le sorrido appena, con espressione comprensiva. Non so davvero cosa aggiungere. La guardo in volto. È davvero molto bella e curata, forse ha più anni di quelli che riesce a dimostrare con il trucco, ma è decisamente molto bella. Gli occhi sono castano chiaro e le labbra hanno una forma molto invitante, evidenziate da una tonalità di rosa molto chiaro e naturale. Ho sempre ammirato le donne che tengono così tanto al loro aspetto ma che allo stesso tempo sembra che lascino tutto al naturale. Non riesco a capire come fanno, veramente. Io ogni volta che provo a truccarmi sembro Sbrirulino ubriaco…
Arriva finalmente l’ascensore. Entro per prima, schiaccio il settimo piano e mi sistemo in un angolo del grande vano. La donna schiaccia il nono e rimane al centro. La posso osservare da dietro. La gonna aderisce perfettamente alle sue curve. La cucitura sottolinea la piacevole curva dei glutei finendo in uno spacco malizioso che si apre e fa intravedere l’interno coscia morbido e ricoperto da delle leggerissime calze a rete finissima. Una lunga linea dritta corre lungo entrambe le gambe e finisce dentro le sue scarpe. Ripercorro tutto il suo corpo, risalgo piano con lo sguardo fino alla sua schiena e alla fine al suo volto. Vedo che mi guarda di sbieco con un sorriso malizioso sulle labbra. Il fatto di essere stata scoperta mi imbarazza parecchio, credo proprio di essere diventata paonazza, cerco di distogliere lo sguardo. I piani passano lenti.
D’improvviso una scossa. Un movimento strano, oscillatorio. Ci guardiamo con preoccupazione appoggiandoci entrambe al reggimano più vicino. Non facciamo in tempo a dire niente, arriva una seconda scossa molto più forte, l’abitacolo oscilla ancora e sbatte forte contro le pareti esterne provocando un rumore assordante, ci stringiamo d’istinto l’una all’altra. La luce va via, l’ascensore si blocca di colpo buttandoci in terra. Si sentono urla dalla tromba delle scale,  agitazione diffusa. Le oscillazioni continuano, forti, ci spostano letteralmente sul pavimento. Ci stringiamo più forte. La sento piangere, non so perchè, cerco di stringerla più forte per tranquillizzarla. Io ho paura ma sento il bisogno di calmarla. Mi allungo come posso, alla cieca cerco il bottone dell’allarme, lo trovo e lo schiaccio. Parte la campanella incessante.
“È… un terremoto?” mi chiede fra i singhiozzi.
“Credo di sì… ma adesso verranno ad aiutarci, stai tranquilla” continuo a stringerla e ad accarezzarle le braccia.
“Ma… potremmo cadere con tutta la cabina… nel vuoto… e morire…” il tono è terrorizzato. Si stringe a me, cerca protezione.
“Non pensarci, davvero… non ha senso, ci agita di più, adesso verranno ad aiutarci. Senti? Le scosse sono terminate… Adesso arriveranno a tirarci fuori”
Le accarezzo il viso che poggia sul mio petto, le asciugo le lacrime. La sento muoversi piano. Una sua mano, me ne rendo conto solo ora, è sul mio seno. La sta muovendo piano a cercare il capezzolo, lo trova e lo tiene piano fra pollice e indice. Sono pietrificata. La situazione è assurda, siamo entrambe in pericolo di vita eppure sento che il mio capezzolo reagisce al suo tocco. E reagisce anche il resto del mio corpo. Nel buio sento il suo respiro, i singiozzi hanno lasciato spazio a un leggero ansimare, sento il tepore del suo fiato sul mio collo. Anche questo contatto mi da brividi, di piacere. La sua bocca si avvicina al mio collo, il contatto mi da una scossa lungo tutta la spina dorsale, mi attraversa l’addome e arriva dritta al mio sesso. Mi sta baciando, le sue labbra mi afferrano teneramente la pelle del collo, sono calde e morbide. Senza riflettere le sollevo il viso verso di me e appoggio le mie labbra alle sue. Sono davvero morbidissime, profumate, dolci. Socchiudo le labbra e sento la sua lingua guizzare dentro la mia bocca, un altro brivido mi devasta, non riesco a trattenere un gemito. Le nostre lingue si incontrano e si scontrano, la sua presa sul mio seno è ora più ferma e decisa, stuzzica con insistenza il capezzolo, con prepotenza si infila sotto la maglietta e raggiunge la pelle. La mia mano senza che riesca a capire come è sul suo interno coscia, risalgo veloce, sento l’elastico dell’autoreggente e finalmente tocco la sua pelle liscia e setosa, indugio un po’ su quella parte di pelle così tenera e delicata e poi salgo ancora e raggiungo le sue mutandine, le sento calde, bagnate. Continuiamo a baciarci, le nostre bocche ansimano e non si staccano. La mia mano scosta il tessuto e arriva al suo sesso, è umido e caldissimo al tatto, la sento gemere al solo contatto, le mie dita scostano appena le labbra e scivolano giù piano, infilandosi senza fatica nel suo antro. Entro ed esco, sento che la sua eccitazione sta salendo, ansima di più “Non smettere…. Ti prego…” riesce a dire fra i sospiri. Il mio pollice arriva al suo clitoride, lo sento teso, lo accarezzo piano ed ecco, viene, il suo corpo è percorso da spasimi leggeri e mi bacia trattenendo un urlo nella mia bocca. Si riprende subito fra le mie carezze. Sento che mi spinge schiena a terra, mi solleva la gonna fin sopra la vita “Ferma… che fai?” Non mi ascolta e infila la sua testa fra le mie gambe, sento la sua bocca sulla mia figa, il tepore del suo fiato mi fa fremere. Ecco, la sua lingua si infila fra le mie pieghe, mi fa gemere piano, mi piace, continua… La lingua si infila dritta e rigida nella mia figa, sento i suoi denti appoggiarsi sul clitoride, mi sta portando al limite, basta così, è troppo forte, no, continua… punto i piedi e mi inarco, lei si tiene salda con le mani alle mie cosce e continua a scoparmi con la lingua. Sento l’orgasmo travolgermi, non riesco a trattenere i gemiti e le urla… Mi accascio, stravolta, lei beve il mio orgasmo e risale piano. Si affianca a me, ci abbracciamo, ci baciamo. Il cuore mi scoppia nel petto.
La campanella continua a suonare incessantemente. Si sentono voci di uomini. “Hey là, nell’ascensore, ci metteremo forse una mezz’ora, state tranquilli”
Siamo tranquille, occhi socchiusi, continuiamo a baciarci lente.